Conversazione con Francesca Leone

Maria Savarese: Quando nasce la tua passione per l’arte?

Francesca Leone: Da bambina avevo un’ insegnante che era appassionata di pittura, lei il sabato a scuola ci faceva disegnare, metteva una musica classica e noi dovevamo realizzare un disegno ascoltando quella musica, io ricordo questo come un momento magico meraviglioso, non vedevo l’ora che arrivasse il sabato per vivere questa emozione.

MS: Cosa ti ha spinto ad intraprendere il tuo percorso di artista?

FL: Io penso proprio una necessità per me,  ho avuto per tanti anni una bottega d’arte, dipingevo sulla porcellana quindi realizzavo miniature, però era diventata un’attività troppo commerciale e poco creativa. Quando per tanti anni lavori su commissione assecondando le richieste degli altri poi ad un certo punto non ne puoi più. Ho così chiuso la bottega e son stata ferma per un po’, perché volevo incominciare ad intraprendere il mio percorso, volevo fare qualcosa solo per me. E mi sono iscritta all’Accademia a circa trent’anni. Scelsi l’indirizzo pittura perché era quello che amavo fare, anche se all’epoca ancora non pensavo che poi sarebbe diventata la mia strada.

MS: La persona che ti ha incoraggiata nell’intraprendere questo percorso?

FL: Ho sempre dipinto e ricordo che mio padre da bambina m’incoraggiava ad intraprendere questo percorso, esponeva i miei lavori tra le opere dei grandi maestri dell’arte contemporanea che amava collezionare, e quando faceva vedere la sua collezione, venivo regolarmente menzionata in mezzo ai grandi artisti della stessa. All’inizio m’iscrissi ad un corso libero di pittura, poi il professor Lino Tardia, vide i miei lavori e mi suggerì d’iscrivermi all’Accademia.

MS: Quali sono le principali fonti d’ispirazione della tua vocazione artistica?

FL: Sai ho vissuto d’arte, mia madre ballerina, mio nonno illustratore dell’Espresso, mio padre grande amante d’arte, collezionava opere, gioielli, mi portava sin da giovanissima sul set cinematografico. Ricordo ogni singolo fotogramma dei suoi film, sono cose che ti colpiscono e che poi inevitabilmente restano impresse nella memoria.

MS: Quali sono i grandi Maestri dell’arte antica e/o contemporanea che preferisci e che hanno in qualche modo influenzato la tua ricerca?

FL: Non ce n’è uno in particolare, è come se avessi fatto un percorso di elaborazione di tutte le cose viste e amate: dallo sfumato leonardesco alle luci di Caravaggio, Bacon e Pollock per quel che concerne la resa espressiva, questi sono soltanto alcuni che ora mi vengono in mente.

MS: Nel ciclo “Primo Piano” è il taglio cinematografico ravvicinato dei film di tuo padre il modello?

FL: Si sicuramente, il primo piano dei suoi film può essere considerato il modello dei miei, anche se il suo era orizzontale e chiaramente il mio invece è verticale; adotto sicuramente lo stesso modo selettivo di tagliare l’immagine che esclude ciò che non è essenziale…

MS: Adotti sempre il grande formato nelle tue opere, come mai?

FL: Proprio ieri è arrivata una persona in studio, che mi guardava mentre lavoravo, mi ha detto che ho una gestualità tale che sembra quasi che abbracci la tela mentre dipingo. Ho bisogno di spazio per muovermi dentro ed intorno all’opera, una tela piccola mi bloccherebbe, ho bisogno di movimento fisico, corporeo, quando dipingo, quasi come una lotta, un corpo a corpo con l’opera stessa.

MS: Come e quando nasce il ciclo “Flussi Immobili”?

FL: L’ultima tela del ciclo “Primo Piano” era il volto di una nera con la bocca aperta grondante sudore, sempre nell’immaginario perchè il corpo non è visibile in quel ciclo; da lì mi è venuta l’idea di fare questi volti sotto l’acqua, un pò cancellati un pò in disfacimento, non ben definiti. I miei modelli vengono presi dal vivo, li sottopongo a questa tortura dell’acqua in modo da rendere più vera e naturale possibile l’espressione che poi scelgo secondo il mio stato d’animo: ci sono alcune che sono molto passive altre molto attive. Fotografo il modello e poi scelgo il taglio che più m’interessa ed incomincio a dipingere; la fotografia quindi è il bozzetto dal quale parto. M’interssa l’ambivalenza delle immagini, ad esempio una bocca aperta può essere un respiro profondo o un soffocamento, mi piace che ci sia una duplice lettura dell’espressività. Possono sembrare uomini o donne, non si capisce bene o, come ha scritto Marco Tonelli, non si capisce bene neanche se l’acqua provenga dall’esterno o sia sgorgante dall’interno del soggetto. C’è un’opera del ciclo “CorpoTerra” per esempio, in cui un  flusso quasi vulcanico fuoriesce dalla testa dipinta.

MS: Perché questo titolo CorpoTerra?

FL: Nasce da viaggi che ho fatto, dalle immagini dei luoghi che ho visitato durante i miei frequenti spostamenti in giro per il mondo. Dove andavo guardavo le linee del paesaggio e mi veniva in mente un volto, un gluteo o una schiena, linee corporee. Il ciclo dunque nasce da queste visioni che hanno preso corpo durante i miei viaggi ed anche dalla voglia di rappresentare un po’ il corpo femminile, partendo da una suggestione legata alla terra, che è quella che genera la vita, la sua naturalezza, lontana dall’idea del corpo femminile sempre messo a nudo in maniera artificiale, visto sempre in maniera superficiale sempre perfetto, artefatto. Questi corpi invece sono reali, anche non belli se vuoi, non estetici, sono corrosi, terrosi, imperfetti. M’interessava rendere questo binomio di corpo e terra, l’uomo e la natura. L’uomo per inseguire la falsa immagine di perfezione, sta rovinando sia il corpo, al quale affida un’immagine non reale, non giusta, non naturale e, nello stesso modo, sta rovinando la terra.

MS: Nell’ultimo ciclo CorpoTerra, i materiali che utilizzi subiscono un processo di decontestualizzazione, perdono il loro significato originario e divengono pura materia al servizio dell’opera d’arte. 

FL: Nelle opere ci sono sia elementi naturali che elementi creati dall’uomo quindi artificiali: la terra, la sabbia, la segatura, la carta; ma anche il cellophane e la plastica. Mi piace lavorare su questa commistione di materiali. Quelli artificiali sono quelli ai quali ormai non sappiamo rinunciare e che allo stesso tempo distruggono la terra, sono indispensabili e distruttivi.

MS: Qual è il procedimento tecnico che segui nella costruzione delle opere in CorpoTerra?

FL: Sulla tela disegno con il carboncino, poi dal paesaggio fotografato  traccio degli elementi che mi ricordano il corpo. Parto quindi dallo spunto visivo della fotografia per contornare il cellophane che forma un bassorilievo un pò aggettante dalla tela e poco a poco, la forma prende corpo, una sorta di scultura; in verticale fisso la stuttura con colla vinilica ed infine intervengo con sabbia e segatura sul fondo e con pittura.

MS: La resa finale coincide con quello che avevi in mente prima d’iniziare il lavoro?

FL: Qualche volta è anche più sorprendente. L’effetto grinzoso dei materiali asciuttti chiaramente non lo puoi prevedere o immaginare, quindi parte della riuscita dell’opera dipende dal caso, che non posso controllare e che mi piace molto. Ad esempio le colature del ciclo “Flussi immobili”, sono determinate dal caso. Erano dei lanci di pittura, getti veloci e casuali, voluti certo, ma non gestiti, la resa visiva finale è stata una piacevole sorpresa anche per me.

MS: Questa sarà una mostra itinerante? Successivamente dove sarà ospitata?

FL: Sarà ospitata nel corso del 2014, in Sud America ed in Russia.

a cura di Maria Savarese