Flussi d’acqua e corpi di terra

Regrets, fearless, relief, sentirsi upside down o lost, addirittura emotionless: sono stati d’animo o loro gradi di intensità, potremmo dire passaggi emotivi o “flussi immobili”. Ogni regret (dispiacere) potrà portare con sé il senso di una perdita, tramutarsi improvvisamente in relief (sollievo), farci sentire upside down (in stato confusionale) o forse perfino lost (persi). 

Sono indizi importanti quelli che Francesca Leone lascia, per così dire, ai margini dei suoi dipinti, vale a dire nei titoli e sottotitoli dei suoi ultimi quadri realizzati tra il 2010 e il 2013, quasi fossero dei segreti svelati, echi emotivi e lontani di un gesto immediato, di perdite, vicinanze, distanze, attimi e apparizioni, memorie, animati come corrente elettrica da uno scroscio d’acqua. Sono attimi bloccati questi volti che respirano con forza, desiderano, amano, hanno la paura negli occhi mentre una bocca si apre, non per urlare, non per prendere fiato, non per gemere, ma per fermare il tempo, per fermare l’attimo, per affondare nell’esistenza.

Ecco perché trovo disperata questa pittura, perché la pittura in sé è disperazione profonda, è tenere in bilico un’immagine dipingendola prima che scompaia, come sembra dimostrare uno di questi volti con gli occhi sbarrati dalla paura: se ci si addentra nelle sue pupille vedremo però altra pittura. Di qui la necessità da parte di Francesca Leone di rappresentare la sua pittura in una forma gestuale, simile ad action painting psicologica filtrata dal corpo, dalla sensualità di figure umane. Potremmo virtualmente continuare quei corpi e immaginarli nudi, ma a che servirebbe? Sono comunque nudi allo sguardo, anche se il resto del corpo è pudicamente celato. Celato affinché si eviti ogni forma di descrizione e di  illustrazione, per concentrare la loro forza, per proteggerci dalla nostra morbosità di voyeur.

Figure ambigue senza dubbio, dove piacere e dolore vengono bilanciati e tenuti sul filo del rasoio, quindi sospesi nella disperazione.

“Flussi immobili”: ecco la sintesi perfetta che traduce l’ambiguità di questa pittura, una impossibilità a definirsi, quasi che un flusso non possa essere immobile, quasi che qualcosa di immobile non possa essere un flusso. Ma anche corpi di terra…

L’ambiguità poi si rafforza nella domanda che stimolano queste opere: quei getti di acqua investono i volti (come sembrerebbe naturale) o fuoriescono da essi (come sembrerebbe innaturale)? La materia di cui sono fatti è corpo o materia primigenia, fertilità e terrestrità originaria?

Non c’è risposta, se ci fosse in tal caso la domanda sarebbe superflua e la risposta a sua volta inefficace e inoffensiva.

Ma questi volti offendono perché chiamano e vogliono sedurre, offendono il pudore, offendono lo sguardo con la loro emotività surriscaldata che nessun getto d’acqua (naturale o innaturale) può raffreddare. Ed eccitano la materia del dipingere e dell’appartenere alla terra madre, essenza fondamentale femminile (Demetra e Persefone insegnano).

Nessuna trascendenza, nessuna spiritualità, ma una corporeità esibita e negata, concentrata e fluente, che si esalta scivolando su fisionomie che diventano caratterizzazioni fisiognomiche. Non dunque un preciso dispiacere (regret), non un preciso sollievo (relief), né alcuna esatta paura o tristezza, ma l’idea stessa, universale, assoluta, degli stati d’animo corrispondenti. Essere qui, ora, se stessi o essere l’altro (“this is me”, “this is him”).

È acquisito infatti che qualcosa per essere reale deve passare il filtro della coscienza e quindi farsi drammaticamente intimo e privato, deve portare con sé la partecipazione immediata, diretta del soggetto, altrimenti sarebbe qualcosa di estraneo, di non vissuto realmente, tutt’al più mediato da altri.

I volti di Francesca Leone sono un’offesa al pudore, perché sono risvegli di una passione, anche erotica se vogliamo, ma inafferrabili quanto lo sarebbero dei flussi immobili.

Nella pittura in genere, solo in essa, questi risvegli, queste passioni possono sperare di rimanere vive senza essere dette né descritte. La mancanza del corpo da questi volti diventa metafora dell’impossibilità di fermare la passione, mancando il totale, mancando il resto del corpo, mancando la narrazione, mancando il contesto che ci avrebbe forse anche spiegato l’origine di quegli scrosci, di quei getti d’acqua, che ci avrebbe rassicurato e dato il tempo per vedere tutto, senza incompletezze né ambiguità. Non sapremo mai dunque se sono uomini e donne sotto una doccia, sotto una cascata o sotto altro tipo di voluttuosa, rigenerante o dolorosa pioggia di altri liquidi.

Necessità quindi di usare la pittura per rappresentare e custodire un mistero, necessità di usare dei corpi che si sono fatti volti esaltando palpiti e trasalimenti dei corpi stessi.

L’acqua nei volti di Francesca Leone è la sostanza che la pittrice cerca di far sua, è la sua sensazione più libera e irrefrenabile, è il suo trasporto, la sua emancipazione, la sua dichiarazione di passionalità, la sua visione erotica dell’esistenza, dell’esserci, del vivere, del sentire. L’acqua è forse l’anima segreta di Francesca Leone, il suo impossessarsi di quei corpi, di quelle vibrazioni? Del suo corpo, delle sue vibrazioni? Ma anche la terra come suo contraltare e sua compensazione…

Ecco perché questi volti, che una volta appartenevano a uomini e donne reali, hanno perso le loro identità, possedute ora da quella dell’artista. Dipingere per Francesca Leone è dipingere il proprio flusso mentale e corporeo durante la sua azione, durante il suo affanno, il suo respirare. E la pittura, per certi versi, è necessariamente ed esattamente liquida come l’acqua e materica come la terra. E se allora quei getti d’acqua non fossero piogge o cascate che investono dal di fuori? E se fossero invece zampilli, fontane, schizzi liberatori che si sprigionano direttamente dalla testa, dal volto, dalla fronte, dal cervello della pittrice? E se quella sensazione di terra non fosse altro che magma generativo? Sarebbe “osceno” pensare ciò?

Osceno nel senso originario del termine, cioè “fuori scena” perché non deve essere visto, pena l’essere offesi, turbati, sconvolti. Proprio come nel teatro greco le azioni più cruente e sanguinarie, i delitti, i suicidi e gli assassinii dovevano accadere al di fuori della scena ed essere riferiti da un servo o raccontati dal coro.

La pittura è catarsi quando l’artista mette in gioco la sua intimità al nostro posto, quasi officiando un rito sacrificale, sacrificio di sé attraverso i ritratti di altri.

Il gesto veloce di questi flussi immobili, la pittura d’azione, fluida come uno scroscio d’acqua, è quanto di più vicino vi sia all’essenza dell’artista. E non importa quanto veloce sia questo gesto, che potremmo anche pensare artificiale e in realtà dipinto con lentezza tellurica e palpabile. Importano le conseguenze psichiche del gesto e della finzione della pittura, che ha ancora senso oggi proprio perché, pur fingendo, non può evitare di dire la verità su di sé.

Ogni tracciato di queste opere, anche e soprattutto quelle più materiche, più recenti, si svela infatti centimetro per centimetro, quasi a ricostruire tutti i movimenti delle pennellate e della spatola sulla tela. Seppur finti (ogni pittura è una finzione), questi dipinti non sanno fingere  e la pittura in genere è una delle rare occasioni estetiche contemporanee per essere veri, anche laddove questa verità non dica niente, sia essa vuota, superficiale, esibizionista o citazionista, come avviene in tanta pittura d’oggi.

È così che la pittura di Francesca Leone mantiene il bilico tra estasi esibizionista del gesto e descrizione di un’azione, senza mai prendere in modo netto una via o l’altra, ma stando al centro e tenendo viva la tensione del bilico. Oscena quindi perché vera, perché sa essere erotica e morbosa ma anche, allo stesso tempo, ordinaria, descrittiva e innocente.

E se innocente potrà pure essere il pittore, la sua opera, se vera, mai sarà innocente, ma sempre provocatoria, instabile, perturbante.

La pittura in questo senso è assetata di vita palpitante e fremente di cui vuole impossessarsi e nutrirsi e il pittore di conseguenza sarà sempre un carnefice di se stesso, volendo offrire il proprio corpo intimo alla pittura.

È per questo allora che la materia della pittura e del corpo della donna non può che farsi materia generatrice, terra, rimettendo le cose al loro posto. Il peso del corpo della donna diventa tutt’uno con la superficie della terra, diventa terra e con essa sembra fatto.

Dipinti di terra e di corpi, di masse e di passioni, scabrosa serie di un’energia che Francesca Leone fa rapprendere sulla tela…

Marco Tonelli