FRANCESCA LEONE: DOMUS

di Danilo Eccher

Palazzo della Triennale, Milano 2015

Un taglio netto in una sala bianca, spettralmente vuota, asettica, un camminamento nel nulla, una ferita che spalanca lo sguardo nel baratro di una quotidianità violenta, sudicia, logora e disperata. Brandelli di oggetti consunti e scartati, mozziconi di sigarette, plastiche afflosciate, reperti attuali di un ricordo sfumato, immondizie che si appiccicano a lucide e metalliche griglie, a crudeli e perfette geometrie che raccolgono come implacabili calamite i frammenti di un passato recente. Brutalità che si ricompongono in scansioni cromatiche, che si affastellano disordinatamente in una nuova e sorprendente armonia coloristica, Giardini contemporanei di nuovi “fiori del male”, aiuole epifaniche di una dolce violenza. L’austera e candida sala museale è scossa, squarciata da una sola rasoiata al pavimento che indica un nuovo giardino oltre la finestra, un nuovo orizzonte oltre la griglia dell’indifferente quotidianità.

MACRO, Roma, 2017

La sala è buia, teatralmente costruita per ospitare una recita tragica: il giardino della contemporaneità si erge a Golgota, s’ingobba per costruire la scenografia drammatica di una Crocifissione, solo l’idea tragica della Croce: tre gigantesche lastre di cemento lacerato, ferito, umiliato, tre figure astratte di sudari logori, tre pesanti e rigide Sindone sulle quali sono fissate le cicatrici dell’attualità. Le grumosità del cemento, la durezza dell’acciaio, la ruggine tracciano i volti di una sofferenza che ci è sempre più vicina, tangibile, quotidiana. I fiori macilenti del giardino steso sul pavimento, i colori dei suoi petali vomitati, stemperano la drammaticità di queste lastre, ammorbidiscono la scheletricità della loro pelle, i tagli delle loro cicatrici. La luce cupa dello spazio annulla ogni distrazione narrativa, l’occhio è fisso sulle opere, nessun cedimento, nessuna tregua, nessuna compassione è concessa allo sguardo.

Reale albergo dei Poveri, Palermo, 2018

Due file di monaci silenziosi, assorti, appoggiati alle pareti, avvolti in un consunto saio cementizio. Muti esibiscono le stigmate di una crudele quotidianità offrendo stemmi araldici di un’attualità sofferente. Come silenziosi monaci guerrieri assistono alla processione liturgica di confratelli adornati di paramenti cerimoniali della strada, dello scarto, della marginalità. Nelle austere aule conventuali si sta officiando il rito della contemporaneità.

Palacio de Gaviria, Madrid, 2018

Non più le sale asettiche dei musei, non più gli imponenti saloni ecclesiastici, ma gli spazi eccentrici di un’aristocrazia esuberante che, anche in questo caso, vengono piegati alle necessità narrative di un’arte che forza lo spazio per imporre la propria recitazione. E allora la ruvidità del linguaggio contemporaneo si appropria della classicità degli ambienti romani e ripercorre gli spazi della “Domus” pompeiana. Le sale ruotano attorno ad un ‘Atrium’ fiorito, un giardino di rifiuti colorati sul quale affacciano i “cubicula”: Il primo si apre con una grande finestra sul paesaggio rugginoso di lamiera dove inattese accensioni cromatiche liberano il pigmento sulla superficie metallica. Una pelle ferrosa che si ingentilisce nell’eleganza del fregio, una linea di disegno che insegue orizzonti e paesaggi lungo le ampie pareti del “Tablinum”. Appartata e discreta, riparata nell’angolo della villa si apre il “Triclinium”, la sala intima e riservata nella quale le opere possono mostrare il proprio volto, aprire la propria anima, liberare dalla corazza materica, dalla regola di clausura, la propria figura, il proprio corpo, il proprio sguardo. Una sala chiusa che protegge l’anima segreta di quest’arte: spietata e crudele nel linguaggio ma sottile, elegante e dolce nel suo pensiero.

È stato per Francesca Leone un severo e disciplinato percorso artistico durato tre anni, accompagnato da ricerca e sperimentazione costanti, attraversato da intuizioni improvvise ma anche pause, ripensamenti, dubbi. Tutto il lavoro è stato sottoposto ad un’attenta rilettura iniziata dalla necessità di spogliazione, essenzialità, pulizia che ha aggredito ogni aspetto tecnico fino alla radice del racconto. I materiali innanzitutto, l’artista ha indagato la struttura fisica dei materiali, accettando anche la sfida di quelli più ostici e complessi, sono emersi cementi grezzi, griglie metalliche, ferri arrugginiti, pietre e oggetti di scarto, sono emersi rifiuti urbani, plastiche bruciate, gomme, un alfabeto della contemporaneità di strada con il quale Francesca Leone ha iniziato a definire una propria grammatica stilistica. Non vi è stato alcun compiacimento estetico, nessun romanticismo formale, nessuna sorpresa accattivante ma solo spietata analisi, ossessiva ricerca, studio caparbio sul valore espressivo di ogni singolo frammento materico. Non vi è dubbio che tale severità e rigore siano anche il frutto di un lungo e faticoso lavoro precedente, cresciuto nella conoscenza tecnica della scultura e della ceramica, così come evidente è la solida preparazione accademica sul piano della pittura e della figurazione, ma in questi tre anni di grandi esperienze espositive si è assistito, con una determinazione stupefacente, ad un lavoro chirurgico su tutte le componenti di quest’arte. Si è inciso sull’alfabeto costitutivo, sulla grammatica formale, sull’orizzonte narrativo, sul piano concettuale, fino ad affrontare l’impianto scenografico sul quale innestare il racconto. Francesca Leone ha dimostrato coraggio, forza e sicurezza nel porre sotto esame il proprio lavoro, nel sezionarlo implacabilmente, nell’indagare all’interno delle fessure, nelle zone d’ombra, oltre l’apparenza dello sguardo. Si è misurata con spazi differenti e impegnativi, ha dilatato le proprie forme, ha via via consolidato il proprio linguaggio intento a definire una nuova armonia tra la rude barbaria compositiva e la sofisticata complessità della narrazione. Allora, lo sguardo ha dovuto attraversare la palude della quotidianità, immergersi in immagini fangose, raccogliere gli oggetti putridi che la superficie ha lasciato affiorare, pulire ingranaggi, recuperare plastiche, carte, sigarette per un campionario di terribile quotidianità. La figura si è ritirata, le immagini evocative, i volti languidi, le bocche sensuali, tutto si è acquietato sotto un velo materico opprimente e violento, il racconto si è fatto più ostico e articolato, rinunciando ad un approccio didascalico per abbracciare la sfida di un pensiero più complesso. La brutalità della materia, sulla quale si coagulano i brandelli di una dura contemporaneità, non ha però impedito il ricorso ad una geometria lucida, una sorta di contrappeso razionale all’irruenza caotica della materia. Si afferma così, nelle pieghe di questo linguaggio, una sottile dialettica fra il dominio dello sfondo conglomerato e l’equilibrio matematico delle ripartizioni spaziali ed è proprio attraverso questa dinamica narrativa che i singoli protagonisti possono recitare la loro parte; è su questo terreno incerto che i frammenti del mondo possono recuperare la loro memoria e disegnare il loro nuovo mondo. Francesca Leone crea ampie scenografie nelle quali ogni attore svolge accuratamente il proprio ruolo: quello defilato, quasi nascosto di un cristallo e di una pietra luminosa annegata nel cemento, quello squillante e cangiante di una plastica colorata che accende la propria intermittenza con lo scorrere dello sguardo, quello ieratico e maestoso dell’oggetto trovato che esibisce la propria presenza scenica nella posa centrale, quello, ancora, di una ruggine corrosa che sorprende con la voce dolce e melodiosa del disegno. Ora l’opera può volgere lo sguardo sul percorso svolto, rivivere gli azzardi attraversati, sorridere dei dubbi sconfitti, gioire dei traguardi raggiunti e trasformati in nuove partenze, recuperare anche alcuni sogni accantonati lungo il percorso, afferrare lo zaino di ricordi, esperienze, affetti trascurati in questi tre anni di cocciuta ricerca. Ecco allora accogliere nuovamente la figura, riconoscere il volto familiare della pittura, afferrare, nella superficie bituminosa e conglomerata della materia, l’ebrezza di un battito d’ali di colore o le tracce evanescenti di un volto, un occhio, una bocca, un piede. Non la figurazione caramellosa e compiacente di una realtà lontana e bugiarda, bensì quella profondamente consapevole di una contemporaneità violenta. Un’immagine coraggiosa che accetta di abitare nelle fessure del cemento, protetta da inferriate, pronta al sottile gioco fra ‘realtà apparente’ e ‘realtà fisica’, fra pittura e materia. Il nuovo racconto che Francesca Leone ha iniziato a descrivere è oggi concettualmente solido, non teme di ‘sporcarsi le mani’ con gli scarti di un consumismo invasivo e prepotente, neppure di misurarsi con le rigidità geometriche di una composizione razionale, è un racconto che sa ricamare con le alchimie della pittura ma anche incidere tematicamente sulle problematiche di un’attualità costantemente in bilico su un baratro ignoto. Malgrado queste opere utilizzino oggetti trovati e materiali di scarto, non vi è più spazio per lo spirito giocoso e rivoluzionario di Jean Tingualy, nessun sussulto ‘situazionista’, nessun urlo provocatorio del Nouveau Realisme, piuttosto un cupo e sofferto riconoscimento di una realtà che non dà scampo e alla quale si può solo opporre un’intima, segreta, resistenza. Non c’è traccia di pessimismo in questi lavori ma solo un realismo tragico, un romantico abbandono dell’Utopia per il fango dell’attualità; è un racconto severo e inclemente che riposiziona il ‘fare arte’ lontano da derive consolatorie, privandolo da ogni piacevole superficialità. Quest’arte conosce il proprio ruolo, sa di aver rinunciato alle comodità della decorazione e dell’arredo per affrontare il cammino della ricerca e dello studio, un’arte che si specchia nella realtà, che guarda in faccia anche le più scomode verità. L’arte di Francesca Leone, dopo una lunga navigazione, approda nei territori di una contemporaneità faticosa e ostile, capace di fagocitare e digerire ogni cosa, e dove l’arte per sopravvivere deve avvolgersi in un proprio, forte e intenso, racconto. Alla verità del quotidiano si offre il bisturi di un’incisione profonda nelle carni dell’attualità, si abbandonano le panacee bonarie e rassicuranti, per affrontare il doloroso cammino di uno sguardo rugginoso e metallico che però, inaspettatamente, s’illumina di bagliori di colore e suggestioni di paesaggio. È nella caduta della tragedia che l’arte di Francesca Leone ritrova la poesia liberatoria dei frammenti di una figurazione accennata, diluita, annebbiata; è nella pelle di una lamiera ondulata che affiora l’eleganza di un paesaggio sospeso, intuito più che visto, ovattato dal ricordo e dall’emozione. Alla crudele durezza dei materiali compositivi si affianca silenzioso il sussurro di una pittura appena accennata, più vicina ad un’incerta apparizione che ad una chiara visione, è così che si ricostruisce l’intera narrazione di quest’arte in perenne oscillazione fra incanto e analisi, ricerca e sogno, realtà e apparenza.