Il Giardino di Francesca Leone

di Danilo Eccher

Era il 1920 quando Kurt Schwitters iniziò ad Hannover la costruzione del suo Merzbau, una casa-studio-opera in via Waldstrasse dove l’artista raccolse fino al 1933 una moltitudine di oggetti, scarti, rifiuti, relique di una quotidianità personale, sua, di amici e conoscenti. Mozziconi di sigarette, ritagli di giornale, biglietti usati del tram, unghie, capelli, un intero paesaggio di rifiuti che testimoniavano una presenza normale, semplice, umile. Erano i segnali di un’esistenza passata, il racconto frammentato di brandelli di vita individuale, di accadimenti banali, di bagliori improvvisi, ricordi istantanei. Il Merzbau fu un’opera sulla casualità della vita, sull’accidentalità dell’esistenza umana, sugli scarti di una quotidianità distratta. Un’opera che non si sarebbe mai potuta completare, è stato un processo di accumulo bulimico che ha dapprima invaso lo studio dell’artista per poi propagarsi all’abitazione e quindi inghiottire i due piani dell’intero edificio, una raccolta ossessiva a cui ha posto fine un tragico bombardamento alleato sul finire del 1943.

Era il 2015 quando Francesca Leone ha presentato negli spazi della Triennale di Milano, in una sala completamente vuota, una lunga griglia metallica nella quale si erano impigliati gli scarti di un’accidentalità sociale. Mozziconi di sigarette, ritagli di giornale, biglietti usati del tram, sguardi di un paesaggio urbano calpestato, sputato a terra, gettato lontano. Non più l’oggetto di scarto intimo, personale, amicale, riconoscibile e familiare di un collezionista di reliquie sporche e volgari ma pur sempre proprie e dunque amiche, bensì un ‘rifiuto’ anonimo, distante, estraneo di un nuovo e più complesso soggetto che non ha individualità ma si presenta nelle vesti cangianti della collettività. La luce si è allargata e lo sguardo dell’artista non inquadra più l’individuo ma un corpo enorme, un mostro senza testa e senza gambe, apparentemente immobile eppure scosso da un brulichio incontrollabile della sua carne. È una società cannibale che si nutre degli stessi individui di cui si compone, divora se stessa lacerando la propria pelle, lascia che i suoi organi si combattano e si distruggano, si divorino l’un l’altro, sapendosi rigenerare in continuazione, ancora più grandi, ancora più potenti, ancora più mostruosi. L’artista affonda le mani nelle viscere calde e vive di questa società, ne coglie i dolori, ne afferra i colori, sa che l’individualità si è liquefatta e dissolta in una palude di infinite voci, innumerevoli sguardi, incomprensibili memorie, arrabbiati pensieri. È il rumoroso silenzio, il vuoto fitto, il gelido calore di una comunità sconosciuta che si scontra per la strada, che si aggrappa alla stessa metropolitana, che si compone disordinatamente in interminabili file umane. Francesca Leone registra tutte queste voci, cattura tutti questi sguardi, rincorre tutti questi pensieri, senza riconoscere un volto, senza trattenere un corpo, senza indicare una figura. Sono solo schegge di vita qualsiasi, frammenti di gesti e comportamenti anonimi, rifiuti trascinati dall’esondazione di una società che ci ha ormai travolto.

Nel flusso liquido di una collettività in bilico, Francesca Leone non rinuncia al tentativo di ordinare il linguaggio; nel vociare indistinto l’artista cerca la disciplina di una grammatica, è la sicurezza di una geometria industriale, affidabile, familiare. La griglia geometrica rappresenta una soluzione formale che trattiene, fisicamente e concettualmente, il caos della vita. Come una carta assorbente immersa nel liquido dell’attualità, l’ordine geometrico raccoglie e trattiene le piccole e fragili impurità di uno scorrere quotidiano racchiuso in gomme da masticare, sigarette, involucri di plastica, etichette commerciali. Il fluire delle esistenze abbandona per strada impercettibili scorie che si depositano e si accalcano negli interstizi di una pelle metallica; è lungo ferrosi scolatoi che rotolano i detriti di un’urbanità consunta e rabbiosa che si accartoccia in una plastica calpestata. L’intreccio ordinato degli assi cartesiani traccia i confini precisi di un paesaggio capace di contenere il disordine del mondo, così come l’educazione di un linguaggio formale riesce a descrivere la volgarità di un agire violento. La griglia metallica di Francesca Leone è uno scudo poetico alle offese di una realtà inconsapevole e superficiale che non riesce più a contenere il suo disordine e la sua maleducazione, ma che proprio per ciò rappresenta un documento straordinariamente espressivo e realistico della propria contemporaneità, della propria verità.

Se la griglia metallica è lo schermo sul quale scorrono le immagini di una contemporaneità sfregiata nella sua inarrestabile corsa, il cemento armato è il simbolo della costruzione, l’atto compositivo di una società ormai deflagrata. In questo caso lo sforzo diviene ancora maggiore, non ci si può limitare alla raccolta archivistica di frammenti di vita, ora l’opera impone anche la sfida della costruzione, abbraccia dinamiche formali complesse, accetta grammatiche rigide per la ricerca di un linguaggio in equilibrio fra la severità architettonica e la poesia di una costruzione mentale, leggera, affidata alla nebulosità del pensiero.
Francesca Leone ha iniziato a riflettere sull’utilizzo del cemento, dopo aver sperimentato numerosi materiali industriali, quasi due anni fa, indagando sul peso espressivo dei ‘Cementi’ realizzati da Giuseppe Uncini a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Non solo un omaggio al grande Maestro ma una nuova evoluzione di quella ricerca. In entrambi i percorsi, l’uso brutale, violento, del cemento armato rappresenta un documento prezioso per la definizione del paesaggio urbano che, per Francesca Leone, assume un più radicale valore critico sul piano della corrosione fisica, ancor prima che psicologica del sistema società. Libera dalle complesse contorsioni teoriche, ideologiche e critiche dell’arte italiana degli anni Cinquanta, Francesca Leone può incidere il cemento con una nuova forza creativa. Dalla volgarità lacera della materia affiora, come già era emerso in altre opere, un malato ordine geometrico, una rete metallica arrugginita, consunta, che sembra sussurrare un ultimo respiro di disciplina. Un controllo improbabile, una semplice parvenza di gerarchia e di autorevolezza che soccombe alla corrosione del proprio processo di ossidazione, che affoga nella superficie paludosa del calcestruzzo. Come le griglie metalliche, anche i cementi raccontano di un paesaggio urbano alla disperata ricerca di un equilibrio fra lo scorrere aggressivo del tempo e il bisogno di orientare i cambiamenti, guidarli nelle scelte. La volontà di allestire la sala del Macro in questa mostra affiancando alla grande griglia metallica anche tre imponenti opere cementizie, esprime la volontà di Francesca Leone di ampliare la recita dell’arte a due sceneggiature differenti, due voci distinte che affrontano lo stesso motivo, due sguardi vicini rivolti allo stesso corpo sociale.

E’ difficile per un pittore rinunciare ai colori, si, perché Francesca Leone è, prima di tutto, pittrice. Lo è nell’anima, nel modo in cui accarezza i materiali, come dispone le plastiche colorate, come sfiora e accentua le sfumature dei grigi di cemento. All’inizio l’occhio si sofferma solo sul lucido riflesso dell’acciaio oppure sulla inerte superfice monocroma del calcestruzzo ma poi, a ben guardare, si scorgono più intimi e discreti luccichii: bagliori rossi, improvvisi precipizi blu, lampi di un giallo acceso, più timide e sommesse schegge di verde. Sono i fiori di questo sghembo paesaggio, fragili lucciole notturne in una città che ha annullato il buio a favore di una luminosità stroboscopica accecante e falsa. Sono i colori della nostra quotidianità, brillanti oppure opachi, sempre chimicamente certi, sicuri della loro plastica supremazia. Un’epifania sotterranea, un carnevale di passaggio, un addio al nubilato, la festa di laurea, un ‘happy hours’ trascinato oltre l’orario. Sono sorrisi resistenti, piccole gioie segrete che sfuggono allo sguardo frettoloso, che si celano nelle nebbie della materia ma ci sono, sottovoce ma ci sono, sono i segnali di un intimo riscatto quello della resistenza, quello che riconosce la realtà e cerca nei suoi interstizi una sopravvivenza capace di proteggere e conservare la speranza. E’ questa un’arte che urla di dolore, che si nutre di rifiuti e scarti, che affonda nelle buie periferie del vivere ma che non riesce a cancellare un sogno rassicurante, una fantasia liberatoria, un’intima dimensione poetica in cui pittura, scultura, installazione si confondono in un unico atto creativo, nella magia dell’opera.

Ecco allora che finalmente si aprono i giardini segreti di Francesca Leone, i luoghi incantati dove convivono i più cupi paesaggi e le gioie del colore, dove si toccano le ferite del mondo e si intuiscono i piaceri del vivere, sono territori magici dove è possibile inciampare in ogni immagine, sono le fiabe sconce di Nathalie Djurberg o quelle atroci di Kara Walker. Sia le griglie metalliche, sia i cementi, sono le immagini di questi nuovi giardini urbani, con i nuovi profumi che accompagnano la nostra vita, giardini mefitici in cui si incontra una sottile bellezza, un delicato rincorrersi di colori, dove crescono nuovi fiori plastici che punteggiano un paesaggio spettrale. È come il dipinto di una grande “Natura Morta” che ha inghiottito le nostre vite individuali nel corpo flaccido della società, una pelle cicatrizzata che ricopre gli impulsi vitali e ne lascia affiorare solo deboli frammenti. Ma è proprio in queste schegge di vita, in questi rifiuti abbandonati che Francesca Leone tenta di ricostruire una realtà possibile, sono questi barlumi di colore che reclamano ancora una loro verità, sono questi deboli lumini che accendono il sospetto di nuove e più intense luminosità. Griglie e cementi si sovrappongono e si confondono in un acuto intreccio espressivo che si sviluppa in un linguaggio crudo, secco, ruvido, a tratti persino volgare, è la voce roca di una contemporaneità famelica. Ma questo è il nostro tempo, un’attualità che sembra schiacciare ogni poesia, ogni leggerezza, ogni fantasia ma che, a ben guardare, sa portare queste doti come proprio dono a chi si mette in cammino per cercarle, a chi si ferma ad ascoltarle, a chi non teme di accarezzarle.
Danilo Eccher