Ulteriori gradi di libertà, nella città che resiste

di Andrea Viliani

Gallerie d’Italia – Milano – 10 settembre 7 novembre 2021

La Sala delle Colonne, spazio aperto a mostre temporanee dedicate all’approfondimento della produzione artistica contemporanea, ospita il lavoro di un’importante protagonista dell’arte italiana, Francesca Leone. L’esposizione offre originali spunti di riflessione sull’“architettura”, in dialogo con due opere di Mimmo Rotella e Ugo La Pietra dalle collezioni del Novecento di Intesa Sanpaolo.

Francesca Leone utilizza ogni dettaglio per gettare le fondamenta di un’architettura che costruisce “mattone su mattone” o, considerando il materiale standard dei suoi interventi, “lamiera su lamiera”. Un’architettura al contempo ipotetica e reale, progettuale pur se materica, effimera pur se consistente, ulteriore in quanto tiene conto della realtà che abitiamo, ma senza rassegnarsi ad essa.

La ricerca di Leone esplora il valore dell’architettura (metafora della Storia) come esperienza plurale, risultato di una negoziazione fra dinamiche e interessi opposti da cui emerge la molteplicità delle tante storie individuali. Alla funzione collettiva dello spazio pubblico si integra quella singolare dello spazio domestico. Sull’utopia del progetto (architettonico o politico) interviene l’utilizzo quotidiano della comunità che lo interpreta. All’edificio come corpo autonomo corrisponde la mobilità porosa dei flussi. E ogni visione di progresso comporta il destino del rifiuto. Per questo, nelle opere dell’artista, alla costruzione non consegue mai la distruzione ma la resistenza con cui ogni elemento si compenetra nell’altro.

Tra le sei colonne in ghisa presenti in sala l’artista insinua una parete di lamiera, l’opera principale della mostra: opponendosi alla griglia rettilinea e rigida dell’architettura data, l’artista vi compone un’imprevista voluta che definisce un’architettura nell’architettura, mobile e curvilinea come nel barocco berniniano o borrominiano, che trasfigura un volume interno in un ambiente esterno. Anche materie e forme delle altre opere sembrano non accettarsi per come sono: una lamiera solcata da dispositivi elettronici provenienti da computer dismessi diviene l’analogo di un antico fregio; lo scarto di un’altra lamiera è arrotolato intorno a una massa di cemento fino a prendere la forma di un cippo scultoreo o di una colonna spezzata; una maglia di reti metalliche sovrapposte trattiene i resti di un controsoffitto assumendo le sembianze di un tappeto; tre pannelli, anch’essi di lamiera, si coprono di una colorazione variopinta e sfumata che lascia intendere, oltre la ruggine, finestre aperte verso un paesaggio…

Nella costruzione di queste sue architetture immaginifiche Leone ha scelto di condividere la sala con altri due artisti le cui opere provengono entrambe dalle collezioni di Intesa Sanpaolo: Senza titolo (1948) di Mimmo Rotella e Dai gradi di libertà: recupero e reinvenzione (1975) di Ugo La Pietra. Riconnettendo materie usurate e abbandonate con la loro bellezza e autorità perduta, o con i significati e le funzioni che avrebbero potuto esprimere se non le avessimo ridotte a semplici materiali di scarto, queste opere sembrano estratte da città ideali che non esistono più o non esistono ancora, in quanto atti di resistenza rispetto alla città moderna industrializzata così come alla città contemporanea – digitale, globalizzata, inquinata, pandemica, impaurita o indifferente – in cui ci siamo ridotti a sopravvivere. Ma in cui queste opere continuano a ricordare e a immaginare, a recuperare e a rivendicare ulteriori gradi di libertà.

Si può illuminare un cielo melmoso e nero?

di Danilo Eccher

Magazzino gallery – Roma – 16 settembre/24 ottobre 2020

Perché illuminarlo? Un cielo ‘melmoso e nero’ è già denso di luci cupe, di ombre che si sovrastano, di oscure profondità, è un cielo presente, incombente, ruvido, tattile. Ha già dentro sé tutte le luci e tutte le ombre, annega i colori nella palude dei suoi grigi, affonda lo sguardo nel bitume dei suoi neri. Un cielo così è già luminoso, si accende di una luce sussurrata, obbliga gli occhi a serrarsi, il pensiero a concentrarsi, l’immagine a mostrare la propria fisica sensualità, tutto si amalgama e ribolle nel fango incombente sopra le nostre teste. Un cielo ’melmoso e nero’ è solo un grande, opaco, specchio in cui tutto si riflette. Solo in queste terre capovolte, in questi metalli sospesi si possono cogliere i bagliori di un colore squillante, il richiamo di una pittura antica, colta, sofisticata, elegante. È nelle pieghe di queste carte metalliche che Francesca Leone nasconde i suoi colori, è nel buio di queste lamiere che l’artista affonda le luci della sua pittura, è qui, in questo cielo arrugginito che Francesca Leone accompagna i personaggi della sua narrazione: i verdi, i blu, i rossi, i gialli, sono i luminosi personaggi pittorici che tracciano un nuovo racconto, che scoprono nuove fiabe sotto il grigio della cenere. È un racconto dove affiora il ricordo della pittura, dove vibra l’emozione del colore, dove si riconosce l’arte di Francesca Leone, un racconto capace di scalfire le “tenebre più dense della pece”.

FRANCESCA LEONE: DOMUS

di Danilo Eccher

Palazzo della Triennale, Milano 2015

Un taglio netto in una sala bianca, spettralmente vuota, asettica, un camminamento nel nulla, una ferita che spalanca lo sguardo nel baratro di una quotidianità violenta, sudicia, logora e disperata. Brandelli di oggetti consunti e scartati, mozziconi di sigarette, plastiche afflosciate, reperti attuali di un ricordo sfumato, immondizie che si appiccicano a lucide e metalliche griglie, a crudeli e perfette geometrie che raccolgono come implacabili calamite i frammenti di un passato recente. Brutalità che si ricompongono in scansioni cromatiche, che si affastellano disordinatamente in una nuova e sorprendente armonia coloristica, Giardini contemporanei di nuovi “fiori del male”, aiuole epifaniche di una dolce violenza. L’austera e candida sala museale è scossa, squarciata da una sola rasoiata al pavimento che indica un nuovo giardino oltre la finestra, un nuovo orizzonte oltre la griglia dell’indifferente quotidianità.

MACRO, Roma, 2017

La sala è buia, teatralmente costruita per ospitare una recita tragica: il giardino della contemporaneità si erge a Golgota, s’ingobba per costruire la scenografia drammatica di una Crocifissione, solo l’idea tragica della Croce: tre gigantesche lastre di cemento lacerato, ferito, umiliato, tre figure astratte di sudari logori, tre pesanti e rigide Sindone sulle quali sono fissate le cicatrici dell’attualità. Le grumosità del cemento, la durezza dell’acciaio, la ruggine tracciano i volti di una sofferenza che ci è sempre più vicina, tangibile, quotidiana. I fiori macilenti del giardino steso sul pavimento, i colori dei suoi petali vomitati, stemperano la drammaticità di queste lastre, ammorbidiscono la scheletricità della loro pelle, i tagli delle loro cicatrici. La luce cupa dello spazio annulla ogni distrazione narrativa, l’occhio è fisso sulle opere, nessun cedimento, nessuna tregua, nessuna compassione è concessa allo sguardo.

Reale albergo dei Poveri, Palermo, 2018

Due file di monaci silenziosi, assorti, appoggiati alle pareti, avvolti in un consunto saio cementizio. Muti esibiscono le stigmate di una crudele quotidianità offrendo stemmi araldici di un’attualità sofferente. Come silenziosi monaci guerrieri assistono alla processione liturgica di confratelli adornati di paramenti cerimoniali della strada, dello scarto, della marginalità. Nelle austere aule conventuali si sta officiando il rito della contemporaneità.

Palacio de Gaviria, Madrid, 2018

Non più le sale asettiche dei musei, non più gli imponenti saloni ecclesiastici, ma gli spazi eccentrici di un’aristocrazia esuberante che, anche in questo caso, vengono piegati alle necessità narrative di un’arte che forza lo spazio per imporre la propria recitazione. E allora la ruvidità del linguaggio contemporaneo si appropria della classicità degli ambienti romani e ripercorre gli spazi della “Domus” pompeiana. Le sale ruotano attorno ad un ‘Atrium’ fiorito, un giardino di rifiuti colorati sul quale affacciano i “cubicula”: Il primo si apre con una grande finestra sul paesaggio rugginoso di lamiera dove inattese accensioni cromatiche liberano il pigmento sulla superficie metallica. Una pelle ferrosa che si ingentilisce nell’eleganza del fregio, una linea di disegno che insegue orizzonti e paesaggi lungo le ampie pareti del “Tablinum”. Appartata e discreta, riparata nell’angolo della villa si apre il “Triclinium”, la sala intima e riservata nella quale le opere possono mostrare il proprio volto, aprire la propria anima, liberare dalla corazza materica, dalla regola di clausura, la propria figura, il proprio corpo, il proprio sguardo. Una sala chiusa che protegge l’anima segreta di quest’arte: spietata e crudele nel linguaggio ma sottile, elegante e dolce nel suo pensiero.

È stato per Francesca Leone un severo e disciplinato percorso artistico durato tre anni, accompagnato da ricerca e sperimentazione costanti, attraversato da intuizioni improvvise ma anche pause, ripensamenti, dubbi. Tutto il lavoro è stato sottoposto ad un’attenta rilettura iniziata dalla necessità di spogliazione, essenzialità, pulizia che ha aggredito ogni aspetto tecnico fino alla radice del racconto. I materiali innanzitutto, l’artista ha indagato la struttura fisica dei materiali, accettando anche la sfida di quelli più ostici e complessi, sono emersi cementi grezzi, griglie metalliche, ferri arrugginiti, pietre e oggetti di scarto, sono emersi rifiuti urbani, plastiche bruciate, gomme, un alfabeto della contemporaneità di strada con il quale Francesca Leone ha iniziato a definire una propria grammatica stilistica. Non vi è stato alcun compiacimento estetico, nessun romanticismo formale, nessuna sorpresa accattivante ma solo spietata analisi, ossessiva ricerca, studio caparbio sul valore espressivo di ogni singolo frammento materico. Non vi è dubbio che tale severità e rigore siano anche il frutto di un lungo e faticoso lavoro precedente, cresciuto nella conoscenza tecnica della scultura e della ceramica, così come evidente è la solida preparazione accademica sul piano della pittura e della figurazione, ma in questi tre anni di grandi esperienze espositive si è assistito, con una determinazione stupefacente, ad un lavoro chirurgico su tutte le componenti di quest’arte. Si è inciso sull’alfabeto costitutivo, sulla grammatica formale, sull’orizzonte narrativo, sul piano concettuale, fino ad affrontare l’impianto scenografico sul quale innestare il racconto. Francesca Leone ha dimostrato coraggio, forza e sicurezza nel porre sotto esame il proprio lavoro, nel sezionarlo implacabilmente, nell’indagare all’interno delle fessure, nelle zone d’ombra, oltre l’apparenza dello sguardo. Si è misurata con spazi differenti e impegnativi, ha dilatato le proprie forme, ha via via consolidato il proprio linguaggio intento a definire una nuova armonia tra la rude barbaria compositiva e la sofisticata complessità della narrazione. Allora, lo sguardo ha dovuto attraversare la palude della quotidianità, immergersi in immagini fangose, raccogliere gli oggetti putridi che la superficie ha lasciato affiorare, pulire ingranaggi, recuperare plastiche, carte, sigarette per un campionario di terribile quotidianità. La figura si è ritirata, le immagini evocative, i volti languidi, le bocche sensuali, tutto si è acquietato sotto un velo materico opprimente e violento, il racconto si è fatto più ostico e articolato, rinunciando ad un approccio didascalico per abbracciare la sfida di un pensiero più complesso. La brutalità della materia, sulla quale si coagulano i brandelli di una dura contemporaneità, non ha però impedito il ricorso ad una geometria lucida, una sorta di contrappeso razionale all’irruenza caotica della materia. Si afferma così, nelle pieghe di questo linguaggio, una sottile dialettica fra il dominio dello sfondo conglomerato e l’equilibrio matematico delle ripartizioni spaziali ed è proprio attraverso questa dinamica narrativa che i singoli protagonisti possono recitare la loro parte; è su questo terreno incerto che i frammenti del mondo possono recuperare la loro memoria e disegnare il loro nuovo mondo. Francesca Leone crea ampie scenografie nelle quali ogni attore svolge accuratamente il proprio ruolo: quello defilato, quasi nascosto di un cristallo e di una pietra luminosa annegata nel cemento, quello squillante e cangiante di una plastica colorata che accende la propria intermittenza con lo scorrere dello sguardo, quello ieratico e maestoso dell’oggetto trovato che esibisce la propria presenza scenica nella posa centrale, quello, ancora, di una ruggine corrosa che sorprende con la voce dolce e melodiosa del disegno. Ora l’opera può volgere lo sguardo sul percorso svolto, rivivere gli azzardi attraversati, sorridere dei dubbi sconfitti, gioire dei traguardi raggiunti e trasformati in nuove partenze, recuperare anche alcuni sogni accantonati lungo il percorso, afferrare lo zaino di ricordi, esperienze, affetti trascurati in questi tre anni di cocciuta ricerca. Ecco allora accogliere nuovamente la figura, riconoscere il volto familiare della pittura, afferrare, nella superficie bituminosa e conglomerata della materia, l’ebrezza di un battito d’ali di colore o le tracce evanescenti di un volto, un occhio, una bocca, un piede. Non la figurazione caramellosa e compiacente di una realtà lontana e bugiarda, bensì quella profondamente consapevole di una contemporaneità violenta. Un’immagine coraggiosa che accetta di abitare nelle fessure del cemento, protetta da inferriate, pronta al sottile gioco fra ‘realtà apparente’ e ‘realtà fisica’, fra pittura e materia. Il nuovo racconto che Francesca Leone ha iniziato a descrivere è oggi concettualmente solido, non teme di ‘sporcarsi le mani’ con gli scarti di un consumismo invasivo e prepotente, neppure di misurarsi con le rigidità geometriche di una composizione razionale, è un racconto che sa ricamare con le alchimie della pittura ma anche incidere tematicamente sulle problematiche di un’attualità costantemente in bilico su un baratro ignoto. Malgrado queste opere utilizzino oggetti trovati e materiali di scarto, non vi è più spazio per lo spirito giocoso e rivoluzionario di Jean Tingualy, nessun sussulto ‘situazionista’, nessun urlo provocatorio del Nouveau Realisme, piuttosto un cupo e sofferto riconoscimento di una realtà che non dà scampo e alla quale si può solo opporre un’intima, segreta, resistenza. Non c’è traccia di pessimismo in questi lavori ma solo un realismo tragico, un romantico abbandono dell’Utopia per il fango dell’attualità; è un racconto severo e inclemente che riposiziona il ‘fare arte’ lontano da derive consolatorie, privandolo da ogni piacevole superficialità. Quest’arte conosce il proprio ruolo, sa di aver rinunciato alle comodità della decorazione e dell’arredo per affrontare il cammino della ricerca e dello studio, un’arte che si specchia nella realtà, che guarda in faccia anche le più scomode verità. L’arte di Francesca Leone, dopo una lunga navigazione, approda nei territori di una contemporaneità faticosa e ostile, capace di fagocitare e digerire ogni cosa, e dove l’arte per sopravvivere deve avvolgersi in un proprio, forte e intenso, racconto. Alla verità del quotidiano si offre il bisturi di un’incisione profonda nelle carni dell’attualità, si abbandonano le panacee bonarie e rassicuranti, per affrontare il doloroso cammino di uno sguardo rugginoso e metallico che però, inaspettatamente, s’illumina di bagliori di colore e suggestioni di paesaggio. È nella caduta della tragedia che l’arte di Francesca Leone ritrova la poesia liberatoria dei frammenti di una figurazione accennata, diluita, annebbiata; è nella pelle di una lamiera ondulata che affiora l’eleganza di un paesaggio sospeso, intuito più che visto, ovattato dal ricordo e dall’emozione. Alla crudele durezza dei materiali compositivi si affianca silenzioso il sussurro di una pittura appena accennata, più vicina ad un’incerta apparizione che ad una chiara visione, è così che si ricostruisce l’intera narrazione di quest’arte in perenne oscillazione fra incanto e analisi, ricerca e sogno, realtà e apparenza.

Monaci

Due file di monaci silenziosi, assorti, appoggiati alle pareti, avvolti in un consunto saio cementizio. Muti esibiscono le stigmate di una crudele quotidianità offrendo stemmi araldici di un’attualità sofferente. Come silenziosi monaci guerrieri assistono alla processione liturgica di confratelli adornati di paramenti cerimoniali della strada, dello scarto, della marginalità. Nelle austere aule del Real Albergo dei Poveri si sta officiando il rito della contemporaneità.” Danilo Eccher

Il Giardino di Francesca Leone

di Danilo Eccher

Era il 1920 quando Kurt Schwitters iniziò ad Hannover la costruzione del suo Merzbau, una casa-studio-opera in via Waldstrasse dove l’artista raccolse fino al 1933 una moltitudine di oggetti, scarti, rifiuti, relique di una quotidianità personale, sua, di amici e conoscenti. Mozziconi di sigarette, ritagli di giornale, biglietti usati del tram, unghie, capelli, un intero paesaggio di rifiuti che testimoniavano una presenza normale, semplice, umile. Erano i segnali di un’esistenza passata, il racconto frammentato di brandelli di vita individuale, di accadimenti banali, di bagliori improvvisi, ricordi istantanei. Il Merzbau fu un’opera sulla casualità della vita, sull’accidentalità dell’esistenza umana, sugli scarti di una quotidianità distratta. Un’opera che non si sarebbe mai potuta completare, è stato un processo di accumulo bulimico che ha dapprima invaso lo studio dell’artista per poi propagarsi all’abitazione e quindi inghiottire i due piani dell’intero edificio, una raccolta ossessiva a cui ha posto fine un tragico bombardamento alleato sul finire del 1943.

Era il 2015 quando Francesca Leone ha presentato negli spazi della Triennale di Milano, in una sala completamente vuota, una lunga griglia metallica nella quale si erano impigliati gli scarti di un’accidentalità sociale. Mozziconi di sigarette, ritagli di giornale, biglietti usati del tram, sguardi di un paesaggio urbano calpestato, sputato a terra, gettato lontano. Non più l’oggetto di scarto intimo, personale, amicale, riconoscibile e familiare di un collezionista di reliquie sporche e volgari ma pur sempre proprie e dunque amiche, bensì un ‘rifiuto’ anonimo, distante, estraneo di un nuovo e più complesso soggetto che non ha individualità ma si presenta nelle vesti cangianti della collettività. La luce si è allargata e lo sguardo dell’artista non inquadra più l’individuo ma un corpo enorme, un mostro senza testa e senza gambe, apparentemente immobile eppure scosso da un brulichio incontrollabile della sua carne. È una società cannibale che si nutre degli stessi individui di cui si compone, divora se stessa lacerando la propria pelle, lascia che i suoi organi si combattano e si distruggano, si divorino l’un l’altro, sapendosi rigenerare in continuazione, ancora più grandi, ancora più potenti, ancora più mostruosi. L’artista affonda le mani nelle viscere calde e vive di questa società, ne coglie i dolori, ne afferra i colori, sa che l’individualità si è liquefatta e dissolta in una palude di infinite voci, innumerevoli sguardi, incomprensibili memorie, arrabbiati pensieri. È il rumoroso silenzio, il vuoto fitto, il gelido calore di una comunità sconosciuta che si scontra per la strada, che si aggrappa alla stessa metropolitana, che si compone disordinatamente in interminabili file umane. Francesca Leone registra tutte queste voci, cattura tutti questi sguardi, rincorre tutti questi pensieri, senza riconoscere un volto, senza trattenere un corpo, senza indicare una figura. Sono solo schegge di vita qualsiasi, frammenti di gesti e comportamenti anonimi, rifiuti trascinati dall’esondazione di una società che ci ha ormai travolto.

Nel flusso liquido di una collettività in bilico, Francesca Leone non rinuncia al tentativo di ordinare il linguaggio; nel vociare indistinto l’artista cerca la disciplina di una grammatica, è la sicurezza di una geometria industriale, affidabile, familiare. La griglia geometrica rappresenta una soluzione formale che trattiene, fisicamente e concettualmente, il caos della vita. Come una carta assorbente immersa nel liquido dell’attualità, l’ordine geometrico raccoglie e trattiene le piccole e fragili impurità di uno scorrere quotidiano racchiuso in gomme da masticare, sigarette, involucri di plastica, etichette commerciali. Il fluire delle esistenze abbandona per strada impercettibili scorie che si depositano e si accalcano negli interstizi di una pelle metallica; è lungo ferrosi scolatoi che rotolano i detriti di un’urbanità consunta e rabbiosa che si accartoccia in una plastica calpestata. L’intreccio ordinato degli assi cartesiani traccia i confini precisi di un paesaggio capace di contenere il disordine del mondo, così come l’educazione di un linguaggio formale riesce a descrivere la volgarità di un agire violento. La griglia metallica di Francesca Leone è uno scudo poetico alle offese di una realtà inconsapevole e superficiale che non riesce più a contenere il suo disordine e la sua maleducazione, ma che proprio per ciò rappresenta un documento straordinariamente espressivo e realistico della propria contemporaneità, della propria verità.

Se la griglia metallica è lo schermo sul quale scorrono le immagini di una contemporaneità sfregiata nella sua inarrestabile corsa, il cemento armato è il simbolo della costruzione, l’atto compositivo di una società ormai deflagrata. In questo caso lo sforzo diviene ancora maggiore, non ci si può limitare alla raccolta archivistica di frammenti di vita, ora l’opera impone anche la sfida della costruzione, abbraccia dinamiche formali complesse, accetta grammatiche rigide per la ricerca di un linguaggio in equilibrio fra la severità architettonica e la poesia di una costruzione mentale, leggera, affidata alla nebulosità del pensiero.
Francesca Leone ha iniziato a riflettere sull’utilizzo del cemento, dopo aver sperimentato numerosi materiali industriali, quasi due anni fa, indagando sul peso espressivo dei ‘Cementi’ realizzati da Giuseppe Uncini a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Non solo un omaggio al grande Maestro ma una nuova evoluzione di quella ricerca. In entrambi i percorsi, l’uso brutale, violento, del cemento armato rappresenta un documento prezioso per la definizione del paesaggio urbano che, per Francesca Leone, assume un più radicale valore critico sul piano della corrosione fisica, ancor prima che psicologica del sistema società. Libera dalle complesse contorsioni teoriche, ideologiche e critiche dell’arte italiana degli anni Cinquanta, Francesca Leone può incidere il cemento con una nuova forza creativa. Dalla volgarità lacera della materia affiora, come già era emerso in altre opere, un malato ordine geometrico, una rete metallica arrugginita, consunta, che sembra sussurrare un ultimo respiro di disciplina. Un controllo improbabile, una semplice parvenza di gerarchia e di autorevolezza che soccombe alla corrosione del proprio processo di ossidazione, che affoga nella superficie paludosa del calcestruzzo. Come le griglie metalliche, anche i cementi raccontano di un paesaggio urbano alla disperata ricerca di un equilibrio fra lo scorrere aggressivo del tempo e il bisogno di orientare i cambiamenti, guidarli nelle scelte. La volontà di allestire la sala del Macro in questa mostra affiancando alla grande griglia metallica anche tre imponenti opere cementizie, esprime la volontà di Francesca Leone di ampliare la recita dell’arte a due sceneggiature differenti, due voci distinte che affrontano lo stesso motivo, due sguardi vicini rivolti allo stesso corpo sociale.

E’ difficile per un pittore rinunciare ai colori, si, perché Francesca Leone è, prima di tutto, pittrice. Lo è nell’anima, nel modo in cui accarezza i materiali, come dispone le plastiche colorate, come sfiora e accentua le sfumature dei grigi di cemento. All’inizio l’occhio si sofferma solo sul lucido riflesso dell’acciaio oppure sulla inerte superfice monocroma del calcestruzzo ma poi, a ben guardare, si scorgono più intimi e discreti luccichii: bagliori rossi, improvvisi precipizi blu, lampi di un giallo acceso, più timide e sommesse schegge di verde. Sono i fiori di questo sghembo paesaggio, fragili lucciole notturne in una città che ha annullato il buio a favore di una luminosità stroboscopica accecante e falsa. Sono i colori della nostra quotidianità, brillanti oppure opachi, sempre chimicamente certi, sicuri della loro plastica supremazia. Un’epifania sotterranea, un carnevale di passaggio, un addio al nubilato, la festa di laurea, un ‘happy hours’ trascinato oltre l’orario. Sono sorrisi resistenti, piccole gioie segrete che sfuggono allo sguardo frettoloso, che si celano nelle nebbie della materia ma ci sono, sottovoce ma ci sono, sono i segnali di un intimo riscatto quello della resistenza, quello che riconosce la realtà e cerca nei suoi interstizi una sopravvivenza capace di proteggere e conservare la speranza. E’ questa un’arte che urla di dolore, che si nutre di rifiuti e scarti, che affonda nelle buie periferie del vivere ma che non riesce a cancellare un sogno rassicurante, una fantasia liberatoria, un’intima dimensione poetica in cui pittura, scultura, installazione si confondono in un unico atto creativo, nella magia dell’opera.

Ecco allora che finalmente si aprono i giardini segreti di Francesca Leone, i luoghi incantati dove convivono i più cupi paesaggi e le gioie del colore, dove si toccano le ferite del mondo e si intuiscono i piaceri del vivere, sono territori magici dove è possibile inciampare in ogni immagine, sono le fiabe sconce di Nathalie Djurberg o quelle atroci di Kara Walker. Sia le griglie metalliche, sia i cementi, sono le immagini di questi nuovi giardini urbani, con i nuovi profumi che accompagnano la nostra vita, giardini mefitici in cui si incontra una sottile bellezza, un delicato rincorrersi di colori, dove crescono nuovi fiori plastici che punteggiano un paesaggio spettrale. È come il dipinto di una grande “Natura Morta” che ha inghiottito le nostre vite individuali nel corpo flaccido della società, una pelle cicatrizzata che ricopre gli impulsi vitali e ne lascia affiorare solo deboli frammenti. Ma è proprio in queste schegge di vita, in questi rifiuti abbandonati che Francesca Leone tenta di ricostruire una realtà possibile, sono questi barlumi di colore che reclamano ancora una loro verità, sono questi deboli lumini che accendono il sospetto di nuove e più intense luminosità. Griglie e cementi si sovrappongono e si confondono in un acuto intreccio espressivo che si sviluppa in un linguaggio crudo, secco, ruvido, a tratti persino volgare, è la voce roca di una contemporaneità famelica. Ma questo è il nostro tempo, un’attualità che sembra schiacciare ogni poesia, ogni leggerezza, ogni fantasia ma che, a ben guardare, sa portare queste doti come proprio dono a chi si mette in cammino per cercarle, a chi si ferma ad ascoltarle, a chi non teme di accarezzarle.
Danilo Eccher

The ARTnews 200 Top Collectors

The ARTnews 200 Top Collectors

Su ARTnews un editoriale sui 200 maggiori collezionisti del mondo e la foto di un mio lavoro con Nadia e Rajeeb Samdani (opera Flussi Immobili 19 – 240x240cm – 2011)

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Vogue Magazine

Vogue Magazine

 

 

 

 

 

 

 

I fondatori  della Samdani Art Foundation, Nadia e Rajeeb Samdani, fotografati su Vogue Magazine di fronte ad un’opera della serie Flussi Immobili di Francesca Leone
nadia samdani e vogue

“Ricordi futuri” Asti, Palazzo Mazzetti

“Ricordi futuri” Asti, Palazzo Mazzetti

invito

DAL 25 GENNAIO AL 29 MAGGIO 2016

Dal 25 gennaio al 29 maggio 2016 il prestigioso Palazzo Mazzetti di Asti ospiterà la grande mostra collettiva “RICORDI FUTURI”. La mostra, inaugurata in occasione della Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio in commemorazione delle vittime dell’Olocausto, è promossa dalla Fondazione Palazzo Mazzetti e dalla Città di Asti, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti e con la collaborazione di Banca CRAsti. La collettiva è curata da Ermanno Tedeschi, e gode del Patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Asti. Progetto di allestimento e multimediale di Interactive sound. Media Partners: La Stampa e Astigiani.
Il fil rouge che collega le opere degli artisti in mostra, ben 37, è in primis l’idea della memoria e del ricordo che lega ogni uomo alle proprie origini e tradizioni, ed intesa come unico strumento di conoscenza che l’uomo ha a disposizione, in
quanto rende ciascun individuo consapevole delle proprie esperienze passate, e solo così pronto ad affrontare quelle presenti e quelle future.
La collettiva comprende diversi ambiti della vita umana e diverse discipline. Si parte dall’arte figurativa e concettuale, per passare attraverso le percezioni sensoriali di oggetti (giocattoli, libri, scritti, architettura), fino ad arrivare a suoni,
immagini, video interviste, fotografie, sculture e dipinti.
“Una mostra di racconto, composita” ‐ osserva il curatore Ermanno Tedeschi – “che si sviluppa attraverso un linguaggio tecnologico immersivo ed opere ad elevato impatto emozionale”.
Gli elementi di questo percorso espositivo, ospitato a Palazzo Mazzetti, sono di provenienza diversa, nazionale ed internazionale, con una particolare attenzione al tema dell’Olocausto, ma anche con un occhio rivolto alla cultura e alla
tradizione astigiana.
Il Palazzo Mazzetti, di proprietà della Fondazione della Cassa di Risparmio di Asti, ospita importanti collezioni, tra cui le raccolte civiche e mostre temporanee.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, proprietaria del palazzo, dopo un lungo e accurato restauro avviato nel 2003 e proseguito dal 2005 al 2011, lo ha restituito alla cittadinanza nel suo antico splendore. L’edificio è visitabile dalle
suggestive cantine, oggetto di scavi archeologici musealizzati, al piano terreno, sede di esposizioni temporanee, al piano nobile con stucchi dorati, affreschi e le raccolte civiche quali dipinti, la collezione orientale, tessuti antichi e le
microsculture di Giuseppe Maria Bonzanigo. Il secondo piano ospita i dipinti dell’Otto e del Novecento. Le recenti esposizioni hanno sempre raccontato storie suggestive del nostro passato remoto e recente: la civiltà etrusca ed il cibo
degli antichi, la cultura figurativa astigiana tra Sei e Settecento, le produzioni del Novecento e l’affermazione di prodotti originali italiani diventati icone internazionali del made in Italy. Ancora, più recentemente, l’esposizione di Domenico
Quirico ha raccontato il lavoro quotidiano del cronista di guerra, mentre “Asti Contemporanea. Collezioni private” ha presentato opere dell’arte italiana dal secondo dopoguerra agli anni Settanta provenienti esclusivamente da raccolte
astigiane.
La collettiva “RICORDI FUTURI” è suddivisa in nove sezioni, con opere di artisti provenienti da diverse discipline artistiche e con personaggi della cultura internazionale. Si parte dall’installazione di Gianluigi Colin, che tappezzando muri e soffitto di fotografie e fogli testimonia eventi di un passato lontano e di un presente che è quasi futuro.
Si passa poi alle video interviste, presenti lungo il percorso della mostra, ad illustri esponenti della cultura contemporanea.
Si parte dall’architetto Daniel Libeskind, e si prosegue con lo studioso, filosofo e poeta Arturo Schwarz, con l’artista Emilio Isgrò, con Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz – Birkenau, fino ad arrivare, nell’ultima sezione della mostra, con la psicologa Maria De Benedetti, già vice – sindaco di Asti dal 1994 al 1998. Si tratta di personaggi che rappresentano un pezzo della storia che hanno ancora l’entusiasmo ed il desiderio di dedicare il loro tempo per trasmetterci le loro preziose riflessioni.
La seconda sezione è dedicata al gioco come segno del tempo, con la presenza di quadri dell’artista israeliano Itshak Yarkoni. Nei dipinti esposti l’autore ha inserito giocattoli antichi (i cui originali sono presenti in mostra) nella realtà di oggi cercando un rapporto tra passato e futuro.
Un’attenzione particolare viene dedicata al Ricordo attraverso la fotografia, che rappresenta la terza sezione della mostra, con alcune immagini scattate da Vardi Khana, che con il suo progetto One Family ripercorre la storia della sua famiglia scampata alla Shoah. Una documentazione unica sono le fotografie del canadese Yuri Dojc e di Bruna Biamino; il primo testimonia come i libri resistano alle guerre ed alle più’ turpi ingiurie, mentre la seconda ci mostra come Israele ha voluto ricordare la Shoah attraverso la realizzazione del Museo di Yad Va Shem. Norma Picciotto ha invece realizzato delle fotografie in cui simboli della storia e dell’arte antica e contemporanea giacciono su un tappeto di foglie secche e bianche.
Il segno e la scrittura come testimoni del tempo sono il titolo della quarta sezione e sono rappresentati dagli artisti Barbara Nejrotti con le impronte di un bambino, di una donna ed un uomo impresse su una tela con cucito e pittura, dalle sculture di Tobia Ravà, che si distingue per un linguaggio originale, utilizzando numeri e lettere ebraiche, dal lavoro di Nicole Riefolo, costruito assemblando illustrazioni originali digitalizzate del manoscritto Voynich, opera quattrocentesca il cui idioma sconosciuto non è stato ad oggi decifrato. Ed inoltre: dalle opere dell’artista Moshe Gordon, realizzate utilizzando due vecchi libri su uno dei quali compare la parola ebraica “iskor” (ricordo), dall’opera di Antonio Meneghetti padre dell’Ontoarte, dai lavori di Marina Munoz, che trasforma libri e ritagli di carte e legno, e dalle opere dell’artista americano Eugene Lemay. Il padre dell’arte israeliana Menashe Kadishman è presente con la Sua scultura Shachelet (foglie cadute) composta da un gran numero di pesanti dischi di metallo di forma circolare, aventi le sembianze di un volto convulso che urla.
Generazioni è il titolo dedicato all’installazione di Jessica Carroll e Riccardo Cordero, che rappresenta la quinta sezione della mostra, nella quale i lavori dei rispettivi padri sono esposti insieme ai loro, creando così un dialogo generazionale tra il passato, il presente ed il futuro.
Il ricordo attraverso la scienza è il titolo della sesta sezione ed è rappresentato dall’opera di Anna Rierola, artista visiva che unisce insieme arte e scienza, creando uno scenario fotografico unico.
La settima sezione intitolata L’arte per ricordare e costruire il futuro è il titolo dello spazio dedicato alle opere dei maestri Aldo Mondino, Giorgio Griffa, Vik Muniz, Emilio Isgrò, Francesco Vezzoli, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Luigi Mainolfi, Valerio Berruti, Ezio Gribaudo e Daniel Schinasi, Francesca Duscià, Isabella Traglio Vismara e Pietro D’Angelo.
La sezione 27 gennaio Giornata della Memoria è l’ottava sezione della collettiva, dedicata all’Olocausto, ed ospita un’istallazione multimediale costituita da due binari sui quali scorrono documenti e immagini della vita delle famiglie
prima della Shoah. Un’opera da segnalare in questa sezione è il ritratto di Primo Levi dell’artista Francesca Leone.
La musica che si ascolta in questa sala, simbolicamente rappresentata da un piccolo violino ritrovato in un campo di sterminio, è il risultato di un monumentale lavoro del Maestro Francesco Lotoro, massima autorità nella ricerca musicale
concentrazionaria, autore dell’Enciclopedia geografica KZ Musik contenente la produzione musicale nei Campi di concentramento dal 1933 al 1945.
L’esposizione vede la collaborazione dell’ISRAT (Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti) nel programma di formazione e aggiornamento “Ricordi futuri: la memoria, istruzioni per l’uso”: iniziativa rivolta a insegnanti e studenti, ma aperta a tutti. Sono stati predisposti percorsi didattici incentrati sui luoghi della memoria cittadini e sui temi della storia contemporanea.

Our Trash

Quando ho conosciuto Francesca Leone ancora prima di vedere le Sue opere dal vivo e visitare il Suo studio fui subito colpito dal Suo sguardo e dagli occhi intelligenti e osservatori che riflettono l’animo di una persona estremamente sensibile e profonda che tutto esamina ed analizza con grande attenzione. Francesca e’ un’artista che parla poco ma pensa molto; la Sua timidezza ed i Suoi silenzi sono una preziosa peculiarità. Francesca in realtà parla continuamente a se stessa elaborando continuamente tutto ciò che percepisce.
La Sua arte e’ la vera espressione di se stessa dove trionfa sempre con energia e delicatezza un’analisi a volte anche spietata dell’uomo, dei Suoi comportamenti e dell’ habitat che lo circonda.
Il Suo studio in una Roma immersa nel verde e nella pace cosi’ lontana da quella caotica e rumorosa che tutti conosciamo è un fantastico laboratorio di idee e di raccolta di materiali che trasforma in opere d’arte uniche per bellezza, poeticità e introspezione.
Francesca Leone, dopo un ciclo di mostre prestigiose a livello internazionale quali il Museo dell’Accademia russa di Belle Arti a SanPietroburgo, il Museo di Arte Contemporanea MAC di Santiago del Cile che l’hanno vista protagonista insieme ad importanti personali nel 2014, torna in Italia con questa inedita mostra alla Triennale di Milano.
Our Trash e’ il quarto ciclo del lavoro di Francesca Leone.
Il primo e’ quello dei volti di personaggi che hanno fatto la storia dell’umanità da Gandhi a Kennedy, dal Papa a Ben Gurion.Il secondo denominato “flussi immobili” si sofferma sull’espressività di persone comuni sottoposte a getti d’acqua che cancella i lineamenti,né stravolge le sembianze e l’anima esce in tutta la sua impellente necessità di respirare.
Il terzo e’ quello di “Corpo e Terra” dove l’attenzione si sposta dal volto al corpo e il corpo di donna nasce dal paesaggio in un vero e proprio processo di metamorfosi.
Il quarto ciclo e’ quello attuale in cui Francesca Leone continua in modo sempre più particolare ad usare materiali diversi spesso di scarto e di riciclo dalla plastica alla terra, dai rami d’albero ricoperti di catrame a colle pesanti. Il tema e’ quello della contrapposizione delle bellezze della natura con le nefandezze compiute a danno dell’ambiente che viene devastato dai rifiuti.
La nuova serie delle opere ” Our Trash” ha dato vita a questo progetto per la Triennale di Milano, realizzando una mostra di interesse artistico, culturale e sociale totalmente nuova e di primaria importanza che porta ad una riflessione dell’uso indiscriminato dell’ambiente da parte dell’uomo.
Quest’ultima opera e’ composta da 18 grate in alluminio che creano un’unica installazione, una grande piattaforma su cui lo spettatore potrà camminare, osservando ed entrando in interazione con l’opera. Dalle fessure delle grate emergono le testimonianze di tanti passaggi: mozziconi di sigarette,plastiche, sassi, carta, chiavi, rifiuti e monete sono il racconto di storie quotidiane e di un tempo fermato. La Sua installazione inconsciamente e’ stata realizzata con il contributo di centinaia di persone che con gesti irrispettosi hanno sparso in giro ogni tipo di rifiuto e di oggetto.
Questo lavoro, che si inserisce nel dibattito vitale sulla necessità di salvaguardare l’ambiente, esprime anche un forte e significativo senso estetico.
Francesca ci dimostra come il recupero educato di materiali inquinanti si può realizzare qualcosa di speciale che appaga l’occhio e contemporaneamente stimola il pensiero insegnandoci a comportarci diversamente per salvaguardare la natura e quindi noi stessi. L’uomo senza la natura non può’ esistere ,il nostro dovere e’ di rispettarla; ci sono molti modi per tramettere questo pensiero e Francesca Leone lo fa ineccepibilmente attraverso l’arte.
Ermanno Tedeschi