Il tempo è una costante nelle opere di Francesca Leone, è la ruggine il suo messaggero, una presenza che si ossida sul metallo, lo graffia, lo scalfisce, è questa corrosione a mostrare il volto del suo tempo ed è su questo viso che il colore accarezza le cicatrici, indica le espressioni, cura le ferite. Sono lamiere che conservano tracce della loro memoria, ricordi fatti di lavoro, fatica, sofferenza, forse anche dolore. Ogni graffio, ogni lacerazione, ogni piega sussurra un proprio racconto, offre allo sguardo l’immagine simbolica di un accadimento che si è perso nell’abbraccio del tempo. L’artista interviene in questo abbraccio, insinua delicatamente il colore, confonde la ruggine, copre le ferite, adagia il proprio racconto su quello della materia. È in questo dialogo di memorie che Francesca Leone costruisce la propria visionarietà narrativa, è in questa sospesa dimensione di tempi sovrapposti che la violenza rude delle lamiere piega il proprio corpo in sofferenti e malati giardini.

“Prendere il proprio tempo”, significa concedersi il privilegio dello sguardo, la ricchezza del pensiero, la nobiltà di una pausa, significa dare il tempo all’arte di scrivere il proprio racconto. Consente di afferrare l’età dei personaggi, riconoscere l’essenza di un tempo che ha inciso e corroso la lamiera, ascoltare il racconto della sua memoria. Scoprire il tempo che l’artista si è concessa nella scelta del colore e nella poesia del gesto per accogliere la materia.

Fiori congelati, corolle acide che si contorcono accavallando petali cadenti, rose fissate nell’attimo che precede la loro sfioritura, tracce di una fantasia cromatica che la ruggine ha schiaffeggiato. Eppure, in questo giardino sospeso il tempo ha conservato anche l’emozione per una poesia sussurrata, l’incanto per una bellezza non del tutto ‘sfiorita’. Fiori come stelle, giardini come cielo, luci e colori che precipitano dal soffitto per ritornare in alto sopra lo sguardo, sopra di noi, sopra il mondo.

Appare così un firmamento colorato di rifiuti, di scarti, di rimasugli che incombono sulla nostra realtà. Riappare ancora un cielo incombente, una cappa luminosa di colori cupi, un orizzonte di bellezza tragica. Sono colori squillanti, vivaci, plastiche contorte che non rinunciano al loro vestito più elegante anche se sgualcito, al loro colore più vivo anche se sporco e ossidato. È la bellezza triste di un mondo alla deriva, sono le memorie di allegrie ormai lontane, cicatrici di un tempo cinico e spietato che ha calpestato un presente già vecchio.

Il muro di lamiera che Francesca Leone costruisce al centro del suo percorso espositivo, evoca un percorso simbolico che deve essere affrontato in solitudine, scorrendo le proprie memorie, sconfiggendo le proprie debolezze per poi fermare l’attimo e alzare lo sguardo all’infinito. Essere e Tempo, come suggerisce Heidegger, ma anche Tempo e Natura come sussurrano queste opere che invitano a fermarsi, trattenere il respiro, concedere tempo ai propri pensieri, lasciare affiorare i propri sogni.

Sono le stesse memorie ossidate, le stesse pelli metalliche che sfidano, in una metafisica grotta carsica, il tempo geologico di rudi stalattiti e stalagmiti. La goccia di rugiada che accarezzava le rose si è solidificata in roccia, lentamente e inesorabilmente ha deposto la propria materia, ha costruito forme, generato paesaggi, scolpito foreste di pietra restituendo al tempo il suo potere. Fermi, in silenzio, circondati da questi serpenti di lamiera ascoltiamo il fluire della nostra vita.

affiora l’orgoglio dell’arte per un mutamento provocato, quello di un colore che innalza la brutalità del ferro a emblema araldico, a vessillo delle infinite battaglie che il tempo continua infinitamente a proporre. Sono emblemi di scontri infiniti, iniziati nel buio più profondo di un passato dimenticato e presenti nel futuro più ignoto. Bandiere di guerra, lacere, consunte, sporche di sofferenza ma orgogliose delle vittorie, drappi di colori e memorie che si elevano per affermare la loro storia, per chiamare tutti ad abbracciare i propri ricordi, le proprie battaglie, le proprie sofferenze.

(Danilo Eccher)