Eliminare la psicologia dell’IO

Eliminare <la psicologia dell’io>, ecco una delle tante, profetiche e stimolanti indicazioni  su cui  Filippo Tommaso Marinetti insisteva già nei suoi primi Manifesti. Eliminarla dalla letteratura, era detto, ma andava inteso anche dall’arte. Quest’uomo la cui stupefacente capacità di profetizzare le avanguardie sembra ormai, con il recente centenario, finalmente riconosciuta, dopo le tante accuse e tribolazioni cui fu sottoposto il suo nome ma anche chi, come me,  volle segnalare per primo tutto ciò in anni lontani, quest’uomo ha centrato con questa esortazione un altro bersaglio, anche se ancora non è mai stato esplicitamente rimarcato. Ma a ben pensarci in effetti, la <psicologia dell’io>, che ha tenuto il campo almeno fino a tutti gli anni Cinquanta (lirismi, confessioni, esistenzialismi, esibizioni di angosce, operazioni di scavo nelle proprie profondità), è ormai da un bel pò fuori gioco nell’arte venuta poi, ma in particolare nell’arte di oggi.

C’è sempre un “io” che parla, ovviamente, nell’arte: ma non è più un io” individuale che parla di se stesso, bensì un io interpersonale, sociale, collettivo che pronuncia una visione del  mondo, in polemica  spesso,  è pur vero, con un io “altro”, incomunicante, diffusamente antagonista, un io collettivo che esprime un unitario giudizio di condanna, di contrasto, di disprezzo, di lontananza, di disperazione, magari di sfiducia  (soltanto nei casi più superficiali di soddisfatto ottimismo) nei confronti di un mondo appestato. Questo medesimo giudizio può essere sottinteso anche da chi, come Francesca Leone, addita in positivo profili nobili, ma inevitabilmente confusi  in uno sguardo tormentato, ostacolato, persino inibito ad attraversare un orizzonte limpido e chiaro, e piuttosto coinvolto in un colante sfacelo di ombre.

Quanti incidenti di volo ricordiamo! Però il più recente, quello dell’Airbus inabissatosi nell’oceano atlantico, ha colpito più oscuramente la mia fantasia; a causa del mistero, certamente, che ha accompagnato la muta sparizione, e magari domani le cause potranno essere chiarite. Ma intanto, mentre scrivo, mi occupa dalla sua profondità fisica questo mistero; mi ha anzi indotto un sogno, vedevo queste facce immerse in un fangoso immenso, da cui faticavano ad emergere, continuamente attraversate da cancellature fluttuanti, e poi risvegliandomi ho riconosciuto quelle facce nelle stesse che avevo visto fotografate nei cataloghi di Francesca Leone: come annaspanti tra nere colature, volti  esprimenti alti valori, però trattenuti nella pania di  segni invasivi.

La pittura di Francesca Leone trova la sua attualità già nel coraggio di non scacciare davanti ai suoi occhi, come mosche fastidiose, le figure, e di non scacciare neanche la pittura, che non sente come negativamente alternativa a tecniche più in uso, e se per questo da tempo, nella costruzione di immagini, ma come complementare e consanguinea alle forme inquadrate dall’obbiettivo, intercambiabile e riconfusa con esse  nell’unità del bianco e nero o dei colori, funzionale a dar corpo a quelle sfocature, a quelle cancellazioni che suggerisce il galleggiamento dell’immmagine  eroica nell’infetta  marea, a quei tagli d’inquadratura che esaltano la resistenza del frammento.

Nelle opere meno recenti direi che Francesca ha intensificato il flusso, il fuggitivo scivolare delle immagini che entrano e subito escono dal riquadro, lasciando strisciate pesanti di nero, di bianco, di rosso incrociato con il giallo. Non più volti ma figure per così dire intere, spesso semplici orme o riflessi di corpi che attraversando il tessuto cittadino vi hanno depositato come un’ombra; metropoli fumose di esalazioni e di nuvole tra edifici macchiati di rosso. Quel rosso che si fa poi riconoscere nei turbinosi e sfuocati vestiti dei bonzi, agitati come bandiere speranzose. Oppure indecifrabili tumulti d’ombre, che frullano e disperdono l’immmagine. Tre volti come imbavagliati da cui scrutano occhi. Dei volti, ecco gli adusati tagli, le frementi porzioni, che pure svaniscono in un pulviscolo nero, in un ultimo affondo dello sfacelo, che però (forse) arriveranno a risalire ed esorcizzare?

Maurizio Calvesi