Movimento / Emozione

Ad un primo impatto con questi nuovi lavori di Francesca Leone, si potrebbe essere perdonati se si pensasse che esprimano unicamente l’innata ironia di un tentativo di cattura del movimento tramite uno strumento statico – lo stesso che troviamo sintetizzato nel paradossale titolo attribuito alle opere:  Flussi Immobili. Si suppone che tale ironia sia apprezzata naturalmente da una pittrice che sin da una giovane età si è trovata immersa nel mondo del cinema, il quale, allo stesso modo, fa affidamento su immagini fisse per dar efficacemente vita all’illusione di un movimento – sebbene si presentino allo spettatore come un vasto numero in rapida successione, al contrario della singola area rettangolare di cui è dotato il pittore. L’utilizzo, da parte di Leone, della fotografia come punto di partenza per le sue opere -  con la sua eccezionale abilità di fissare il movimento – sembrerebbe solo rinforzare questa interpretazione.

Sebbene la scelta dell’acqua corrente come argomento riveli l’interesse nei confronti di una questione che conquista da secoli l’attenzione degli artisti, e che affascinò particolarmente l’avanguardia italiana nei primi anni del Ventesimo secolo, sarebbe un errore considerarlo lo scopo prioritario di queste immagini. Se così fosse, sarebbero infatti molto meno interessanti di quello che invece sono nella realtà. È, piuttosto, l’equilibrata attenzione posta sulle dinamiche psicologiche dell’immagine fissata a rendere così suggestivi i lavori esposti nell’attuale mostra.

A questo punto, sembra importante richiamare il concetto del “momento fuggitivo” di Goethe: quel preciso istante che, nell’arco dello svolgimento di un’azione, viene accuratamente selezionato dall’artista in quanto in grado di comprendere complessivamente un più vasto ambito temporale e di trasmettere un senso di animazione suggerendo sia la sequenza di eventi o movimenti che conducono a quell’istante, sia quelli che inevitabilmente seguono. Osservando opere come Flussi Immobili 2, per esempio, distinguiamo i lineamenti di un uomo attraverso l’acqua che scorre (in movimento) piuttosto che tramite una (statica) lastra di ghiaccio; prendere coscienza di ciò significa dotare l’immagine di un’instabilità che si accorda con le raccomandazioni di Goethe secondo cui “Nessuna parte del tutto, in una determinata posizione, deve essere individuata per prima e, poco tempo dopo, ogni singola parte dovrebbe essere costretta ad abbandonare quella posizione; è attraverso questi strumenti che il lavoro resterà continuamente animato per milioni di spettatori.”

Comunque, ciò che è valido per gli atti fisici raffigurati in un’opera d’arte lo è anche per i suoi aspetti metafisici: un singolo “momento” capace di contenere  un campo emotivo più vasto rispetto ad uno “pizzicato” con meno prudenza, comunica ad un attento spettatore la totale complessità di uno stato emotivo – o meglio, di un flusso psicologico.

È quindi questa natura espansiva dell’immagine congelata –  per quanto riguarda le sue abilità di comunicare un “dinamismo universale” e di puntualizzare qualcosa di determinante sulla fluida “condizione psichica” di un individuo – alla quale Leone sembrerebbe qui interessarsi, e che è presente nel titolo di questa esibizione.

Per la seconda interpretazione, nulla è in grado di esemplificare il “telescopico” potenziale appartenente all’immagine fissa come lo scatto fotografico. Più guardiamo tali immagini e più esse tendono ad aumentare la propria carica, rivelando aree fluttuanti di luce e di ombra nelle espressioni e negli atteggiamenti degli individui, messi maggiormente a fuoco più ci avviciniamo alla conoscenza delle loro complesse personalità nella vita vera. Ciò fa sicuramente parte della ragione per cui preferiamo circondarci di immagini di persone care di questo tipo, rispetto a quelle più controllate, come ritratti formali, le quali non sono in grado di trasmettere tanto. É probabilmente il modo in cui molte immagini richiamano uno studio e una considerazione più ravvicinati a spiegare il motivo per cui Leone lavora sia con la fotocamera che con il pennello: avendo catturato una suggestiva (e forse involontaria), spontanea immagine fotografica, una durata più lunga delle fasi della pittura sblocca le profondità più nascoste per scioglierne i nodi e portarle alla luce.

Detto ciò, il ruolo centrale che ha la fotografia nei lavori di Leone, è un punto di contatto affascinante con l’approccio adottato da Francis Bacon, per il quale i lavori di Eadweard Muybridge (un altro artista che analizzò il movimento attraverso la fotografia fissa) e l’immagine “trovata”, colta in un vasto numero di riviste e libri, costituivano una ricca risorsa di materiale perchè immobilizzavano la forma e i lineamenti umani rendendoli attitudini o gesti espressivi o suggestivi – come posture casuali che, paradossalmente, tradivano qualcosa che nell’insieme era più eterno e duraturo sulla condizione umana. Avendo scatenato nella mente dell’artista una profonda risposta emotiva, il potere di queste immagini – che inquinò notoriamente lo studio di Bacone – andò solo evidenziandosi con il crescere delle riflessioni e delle rielaborazioni radicali della pittura, un processo che permise ai suoi lavori di trascendere dalla loro materialità e “conquistare il sentimento”.

Si sospetta che, in questi dipinti, l’acqua corrente costituisca un mezzo per generare un’immagine carica di questa potenza espressiva: Leone percepisce nelle istintive, rapide reazioni di questi volti un sottostante senso di qualcosa di potentemente eloquente, che deve essere ingrandito attraverso un esteso processo di contemplazione e ri-creazione. Quindi Leone, come Bacon, per costruire le sue opere, utilizza la fotografia più come studio preliminare che come fine stesso. Queste non sono pratiche in stile Chuck Close, di virtuose trasposizioni di immagini prodotte meccanicamente ma, piuttosto, sono tentativi di catturare qualcosa dell’anima del soggetto e, soprattutto, della propria anima – Leone ha infatti affermato di lasciare che il proprio stato d’animo si appoggi su queste immagini nel corso del loro processo creativo (come un saggio che, se è per questo, interpreta il lavoro di un artista rifletterà parzialmente l’umore prevalente dell’autore nel momento in cui scrive).

Leone, in modo disarmante – e rinfrescante – è sincera sulla fragilità emotiva che la coglie in certi momenti della vita; comunque, ha recentemente confessato di aver ritrovato una nuova tranquillità. Alla luce di questo,  non si può che attribuire un ruolo simbolico al tema dell’acqua in queste immagini, le quali portano alla mente concetti di purificazione, transizione – e soprattutto redenzione. In certe immagini, come Flussi Immobili 1, Flussi Immobili 8 e Flussi Immobili 12, questo è ritratto sotto forma  di gioiosa esuberanza. Ma mentre queste opere parlano di purificazione, la distinta impressione avuta da molti è quella di una conquista della pace mentale, il cui ritrovamento è ben lontano dall’essere un processo indolore, preceduto da lunghi periodi di ricerca della propria anima e di dissidi interiori – e che lascia cicatrici proprie. La transizione da una fase della vita ad un’altra si ottiene raramente senza contrattempi, momenti di dubbio e sensazioni di vulnerabilità – emozioni tutte qui trasmesse (queste figure sono presumibilmente nude, dopotutto). Infatti, contrapponendosi al convenzionalismo simbolico, Leone presenta questo processo meno come un battesimo che come un esorcismo. Detto ciò, opere come Flussi Immobili 4, Flussi Immobili 15 e  Flussi Immobili 22 richiamano ancora una volta i lavori di Bacon:  correnti d’acqua che oscurano  i volti dei personaggi di Leone, liberandosi da sfondi sinistramente scuri, evocano quella corrosiva pioggia nera che precipita giù sugli agonizzati volti dei papi torturati di Bacone (le teste sfocate di alcune delle precedenti figure danzanti di Leone ricordano infatti le violente deformazioni della testa umana tipiche dell’artista irlandese).

Per usare una stenografia artistico-storica, queste opere sembrano di carattere più Espressionista che Futurista – sebbene l’ambito dei movimenti non escluda nessuna delle due tendenze -  ed è nella tradizione Espressionista che Leone stessa trova una maggiore vicinanza ai suoi lavori, con la sua fisicità riferendosi all’(astratta) tradizione americana tanto quanto alla (figurativa) tendenza europea. Infatti, creando queste immagini, l’artista fluttua tra i due idiomi: le pennellate gestuali e le gocce di vernice si trasformano in forme concrete solo facendo un  passo indietro dalla tela.

La scala del linguaggio figurato di Leone è, forse inevitabilmente, spesso stata definita “cinematica” nel suo ambito epico. Questi paralleli e riferimenti sono imprescindibili ed indubbiamente validi: il grande schermo sembrerebbe essere, consciamente o inconsciamente, immerso nello stesso tessuto dell’arte di Leone, echeggiando inoltre l’interesse del padre  nei confronti del viso umano e utilizzando un simile utilizzo di primi piani, spesso tagliati in modo da spostare l’attenzione sugli occhi (Flussi Immobili 4, Flussi Immobili 21). E comunque, ancora una volta, più che la pura fisicità, è la dimensione emotiva del cinema ad influenzare maggiormente questa artista: quel totalizzante senso di immersione nell’immagine di cui è a conoscenza qualsiasi assiduo frequentatore di cinema.

Il formato largo, quindi, trasmette il bisogno di espressione di sé stessi su vasta scala – di catarsi più che di egoismo – necessario all’intensa emotività delle opere di Leone. È forse soprattutto imperato dal soggetto stesso: la condizione umana – un  campo di indagine dalla complessità monumentale, che necessita di un trattamento dalla monumentalità  equivalente.

Christopher Adams