Si può illuminare un cielo melmoso e nero?

di Danilo Eccher

Magazzino gallery – Roma – 16 settembre/24 ottobre 2020

Perché illuminarlo? Un cielo ‘melmoso e nero’ è già denso di luci cupe, di ombre che si sovrastano, di oscure profondità, è un cielo presente, incombente, ruvido, tattile. Ha già dentro sé tutte le luci e tutte le ombre, annega i colori nella palude dei suoi grigi, affonda lo sguardo nel bitume dei suoi neri. Un cielo così è già luminoso, si accende di una luce sussurrata, obbliga gli occhi a serrarsi, il pensiero a concentrarsi, l’immagine a mostrare la propria fisica sensualità, tutto si amalgama e ribolle nel fango incombente sopra le nostre teste. Un cielo ’melmoso e nero’ è solo un grande, opaco, specchio in cui tutto si riflette. Solo in queste terre capovolte, in questi metalli sospesi si possono cogliere i bagliori di un colore squillante, il richiamo di una pittura antica, colta, sofisticata, elegante. È nelle pieghe di queste carte metalliche che Francesca Leone nasconde i suoi colori, è nel buio di queste lamiere che l’artista affonda le luci della sua pittura, è qui, in questo cielo arrugginito che Francesca Leone accompagna i personaggi della sua narrazione: i verdi, i blu, i rossi, i gialli, sono i luminosi personaggi pittorici che tracciano un nuovo racconto, che scoprono nuove fiabe sotto il grigio della cenere. È un racconto dove affiora il ricordo della pittura, dove vibra l’emozione del colore, dove si riconosce l’arte di Francesca Leone, un racconto capace di scalfire le “tenebre più dense della pece”.