Ulteriori gradi di libertà, nella città che resiste

di Andrea Viliani

Gallerie d’Italia – Milano – 10 settembre 7 novembre 2021

La Sala delle Colonne, spazio aperto a mostre temporanee dedicate all’approfondimento della produzione artistica contemporanea, ospita il lavoro di un’importante protagonista dell’arte italiana, Francesca Leone. L’esposizione offre originali spunti di riflessione sull’“architettura”, in dialogo con due opere di Mimmo Rotella e Ugo La Pietra dalle collezioni del Novecento di Intesa Sanpaolo.

Francesca Leone utilizza ogni dettaglio per gettare le fondamenta di un’architettura che costruisce “mattone su mattone” o, considerando il materiale standard dei suoi interventi, “lamiera su lamiera”. Un’architettura al contempo ipotetica e reale, progettuale pur se materica, effimera pur se consistente, ulteriore in quanto tiene conto della realtà che abitiamo, ma senza rassegnarsi ad essa.

La ricerca di Leone esplora il valore dell’architettura (metafora della Storia) come esperienza plurale, risultato di una negoziazione fra dinamiche e interessi opposti da cui emerge la molteplicità delle tante storie individuali. Alla funzione collettiva dello spazio pubblico si integra quella singolare dello spazio domestico. Sull’utopia del progetto (architettonico o politico) interviene l’utilizzo quotidiano della comunità che lo interpreta. All’edificio come corpo autonomo corrisponde la mobilità porosa dei flussi. E ogni visione di progresso comporta il destino del rifiuto. Per questo, nelle opere dell’artista, alla costruzione non consegue mai la distruzione ma la resistenza con cui ogni elemento si compenetra nell’altro.

Tra le sei colonne in ghisa presenti in sala l’artista insinua una parete di lamiera, l’opera principale della mostra: opponendosi alla griglia rettilinea e rigida dell’architettura data, l’artista vi compone un’imprevista voluta che definisce un’architettura nell’architettura, mobile e curvilinea come nel barocco berniniano o borrominiano, che trasfigura un volume interno in un ambiente esterno. Anche materie e forme delle altre opere sembrano non accettarsi per come sono: una lamiera solcata da dispositivi elettronici provenienti da computer dismessi diviene l’analogo di un antico fregio; lo scarto di un’altra lamiera è arrotolato intorno a una massa di cemento fino a prendere la forma di un cippo scultoreo o di una colonna spezzata; una maglia di reti metalliche sovrapposte trattiene i resti di un controsoffitto assumendo le sembianze di un tappeto; tre pannelli, anch’essi di lamiera, si coprono di una colorazione variopinta e sfumata che lascia intendere, oltre la ruggine, finestre aperte verso un paesaggio…

Nella costruzione di queste sue architetture immaginifiche Leone ha scelto di condividere la sala con altri due artisti le cui opere provengono entrambe dalle collezioni di Intesa Sanpaolo: Senza titolo (1948) di Mimmo Rotella e Dai gradi di libertà: recupero e reinvenzione (1975) di Ugo La Pietra. Riconnettendo materie usurate e abbandonate con la loro bellezza e autorità perduta, o con i significati e le funzioni che avrebbero potuto esprimere se non le avessimo ridotte a semplici materiali di scarto, queste opere sembrano estratte da città ideali che non esistono più o non esistono ancora, in quanto atti di resistenza rispetto alla città moderna industrializzata così come alla città contemporanea – digitale, globalizzata, inquinata, pandemica, impaurita o indifferente – in cui ci siamo ridotti a sopravvivere. Ma in cui queste opere continuano a ricordare e a immaginare, a recuperare e a rivendicare ulteriori gradi di libertà.